Inverno 1945. Roma è libera da qualche mese, ma resta una città da ricostruire: lampadine fioche sui pianerottoli, parole trattenute per scaramanzia. I bombardamenti hanno sfiorato il Vaticano, colpito i quartieri popolari, lasciato crepe nei muri e nelle anime.
Il quartiere Prati mantiene un’eleganza discreta. Area urbana giovane, ordinata, nata a fine Ottocento per separare la Roma papalina da quella sabauda. Le strade portano nomi di condottieri e giuristi: sembrano educare i passanti al senso civico e alla modernità.
È finita la Guerra. Tra Piazza Risorgimento e Via Cola di Rienzo si riaprono serrande, si riparano insegne, si fa la fila per prendere il tram.
Arriva a piedi, quattro chilometri esatti da casa. Soprabito elegante, fazzoletto inamidato nel taschino. Passa accanto a saracinesche che non si rialzeranno più, saluta con un cenno i custodi dei palazzi, attraversa e si ferma all’angolo dove il bar Castroni è già un’istituzione. Beve il suo caffè zuccherato in silenzio, osservando due commercianti che si danno una stretta di mano. Hanno chiuso un accordo. Un nuovo inizio.
Una veloce deviazione per salutare l’amico Alfonso dell’Armeria Dragoni, poi entra al civico 34 di Via Vespasiano. Dentro c’è un piccolo negozio che profuma di legno e di colla. Alcuni pianoforti sono da rimettere a nuovo, altri aspettano di trovare la loro prima casa.
Prima ancora che per la Musica, Mario ha un talento per la meccanica. Tanto che la famiglia Petrof lo ha voluto in Cecoslovacchia per migliorare processi produttivi e affidargli la distribuzione: laggiù l’occupazione tedesca ha lasciato ferite nel commercio e la situazione politica instabile minaccia il futuro delle aziende.
In Italia qualcosa si muove. Il Governo De Gasperi ha istituito il nuovo Ministero del Commercio con l’Estero, per favorire lo sviluppo di attività come quella che Mario ha in mente. A Roma, gli Alleati hanno lasciato il quartier generale presso l’Hotel Excelsior e Cinecittà si prepara a scrivere la storia del cinema. Le sale da ballo tornano a riempirsi di swing e boogie-woogie, la radio diffonde La Vie en Rose di Édith Piaf, ma nelle case c’è ancora posto per Verdi e Chopin.
Il pianoforte, in questo secondo dopoguerra, è simbolo di rinascita borghese e spirituale.
Chi può, ne vuole uno in salotto. Poi ci sono le scuole religiose e i teatri, ancora mezzi vuoti. E gli artisti, che non hanno mai smesso di fare musica.
Per tutti loro, Ciampi diventa un riferimento.
Ascolta le richieste di un pianista, le paure di un principiante, i problemi di chi suona per sbarcare il lunario. Consiglia, accompagna, risolve.
Quando può, se ne va in barca da solo: nella calma del mare mette in ordine i pensieri, pianifica, trova soluzioni e nuove idee di business. E appena un locale accanto si libera, lo acquisisce con coraggio. Così il negozio cresce, un pezzo alla volta.
Arrivano gli anni Cinquanta e le pareti di Ciampi Pianoforti si riempiono di volti celebri: Sophia Loren, Monica Vitti, Totò, Marcello Mastroianni, Domenico Modugno, Aldo Fabrizi, Giuliano Gemma. Fotografie con racconti scritti a mano che custodiscono ricordi di spettacoli indimenticabili, di pianoforti – perfettamente accordati – testimoni di un’epoca.
Nel negozio entrano anche i grandi della musica: Arturo Benedetti Michelangeli, Sergio Perticaroli, Nino Rota, Armando Trovaioli — che spesso si ferma a cena, tanto apprezza la cucina di donna Liliana, moglie di Mario. In casa Ciampi si parla, si mangia bene, si ascolta meglio. In salotto c’è un Petrof grancoda costruito appositamente per lui: chi entra, prima o poi, suona.
Mario lo suona solo per divertimento — paradosso: preferisce la batteria.
Ma il suo negozio serve i professionisti più esigenti: Rubinstein, Richter, Willy Ferrero, il gotha della Classica. Arturo Benedetti Michelangeli – spesso ospite anche in casa di Mario – arriva alle otto del mattino e suona fino alla sera, senza altro intervallo che una tazza di consommé. Per lui c’è sempre un pianoforte disponibile e ben preparato: il suo rigore è proverbiale.
Se c’è fila, aspettano. È questione di rispetto, ed è parte della reputazione che Mario costruisce giorno dopo giorno. Per qualche anno viene persino chiamato alla guida dell’allora Associazione dei Commercianti di Strumenti Musicali in Italia.
Così, mentre la bottega diventa azienda, lui resta solido e deciso. In Prati tutti lo chiamano “il Commendatore” in segno di rispetto e riconoscenza. Tranne Pietro Bruni — oste della Trattoria Toscana Fiaschetteria al Chianti, per tutti “Dal Toscano” — che quando lo vede passare, agita le braccia dall’altro lato della strada e grida: «Oh Mario! A che ora t’aspetto stasera?»
La nota che dà il via a una tradizione di gesti: l’accoglienza, la cura meticolosa, la stretta di mano che vale una promessa, la puntualità, quel “ci pensiamo noi” sempre mantenuto.
Del progetto di Mario restano i risultati: tre piani di esposizione, due pareti di dediche che sono un piccolo museo, una famiglia che prosegue nella stessa direzione.
