La storia del pianoforte non è fatta solo di partiture perfette e performance leggendarie. Dietro i più grandi pianisti della storia si nascondono abitudini curiose, momenti di difficoltà, manie, episodi che hanno dell’inverosimile.
In questo breve viaggio tra aneddoti e testimonianze documentate incontriamo pianisti romantici e moderni, virtuosi classici e giganti del jazz: figure diversissime, unite da un tratto comune. Un talento straordinario accompagnato da personalità spesso fuori dall’ordinario.
Nel pieno Ottocento romantico Franz Liszt trasformò il recital pianistico in uno spettacolo. Pianista ungherese cosmopolita, fu il primo vero “divo” della storia del pianoforte. Nelle sale europee si scatenò la Lisztomania: il pubblico — soprattutto femminile — collezionava oggetti toccati dal pianista, dai guanti ai fazzoletti fino ai mozziconi dei suoi sigari. In alcuni casi si racconta che i capelli del maestro venissero conservati come reliquie. Liszt contribuiva consapevolmente a costruire il mito: suonava spesso a memoria e dispose per primo il pianoforte di lato rispetto al pubblico, così che gli spettatori potessero vedere il volto e i gesti dell’interprete. Un dettaglio scenico destinato a cambiare per sempre il modo di presentare il pianoforte sul palco.
Di carattere opposto era Frédéric Chopin, nato in Polonia e attivo soprattutto a Parigi. Se Liszt amava le grandi sale, Chopin le evitava. Preferiva i salotti aristocratici, ambienti più raccolti dove la sua musica poteva essere ascoltata con attenzione e senza clamore.
Era anche estremamente esigente con il tocco. Durante le lezioni ripeteva spesso che il pianoforte non doveva essere “percosso”, ma accarezzato. Ai suoi allievi chiedeva una sonorità leggera e controllata, quasi impalpabile: un ideale che ha influenzato profondamente tutta la scuola pianistica europea.
Il pianista e compositore russo Sergej Rachmaninov fu uno dei grandi virtuosi tra Otto e Novecento. Ma la sua carriera conobbe anche momenti difficili.
Dopo il disastro della prima esecuzione della Sinfonia n.1 nel 1897 cadde in una profonda depressione e smise di comporre per diversi anni.
Fu proprio il pianoforte — insieme a un percorso terapeutico — a riportarlo gradualmente alla creazione. Da quella crisi nacque uno dei capolavori più amati del repertorio romantico: il Concerto per pianoforte n.2, oggi simbolo della sua rinascita artistica.
Il leggendario Vladimir Horowitz, nato a Kiev e naturalizzato statunitense, ebbe un rapporto complesso con il palcoscenico. A causa della pressione psicologica si ritirò più volte dalle scene per lunghi periodi. Il ritorno più celebre avvenne nel 1965 alla Carnegie Hall, dopo ben dodici anni di assenza.
L’evento fu attesissimo: i biglietti andarono esauriti immediatamente e la registrazione del concerto divenne uno degli album classici più venduti del secolo. Dietro il mito del virtuoso assoluto si nascondeva un artista estremamente sensibile, spesso in lotta con il peso della propria fama.
Tra i giganti del pianoforte del Novecento c’è anche Sviatoslav Richter, nato nell’attuale Ucraina e formatosi nella tradizione sovietica.
Negli ultimi anni della carriera aveva un’esigenza insolita: sul palco voleva solo una lampada accesa sullo spartito, lasciando il resto della sala quasi completamente buio.
Secondo Richter la luce distraeva l’ascolto. L’oscurità, invece, aiutava a concentrare l’attenzione sulla musica. Il risultato era teatrale: un pianoforte, una luce e il silenzio della sala.
Il pianista canadese Glenn Gould, celebre per le sue interpretazioni di Bach, è uno dei casi più noti di eccentricità musicale.
Suonava sempre su una sedia bassissima costruita dal padre quando era bambino. Logora e instabile, lo costringeva a stare quasi accovacciato sulla tastiera. Nonostante i tentativi di sostituirla, Gould rifiutò sempre qualsiasi altra seduta.
Le sue abitudini erano altrettanto singolari:
Nel 1964, a soli 32 anni, decise di abbandonare definitivamente il palcoscenico per dedicarsi esclusivamente alla registrazione in studio: una scelta radicale per l’epoca.
Tra i pianisti contemporanei Keith Jarrett, americano e figura centrale del jazz moderno, è noto per una sensibilità acustica quasi maniacale.
Il celebre Köln Concert del 1975 — uno degli album di pianoforte più venduti della storia — nacque in condizioni pressoché disastrose: il pianoforte disponibile era piccolo e mal regolato. Jarrett inizialmente rifiutò di suonare. Solo dopo lunghe discussioni accettò il concerto, adattando completamente la sua improvvisazione alle limitazioni dello strumento.
Chi ha assistito ai suoi concerti sa che Jarrett non tollera rumori in sala: tosse, fotografie o distrazioni possono portarlo a interrompere l’esecuzione. Per lui il concerto è un momento di concentrazione massima.
Il pianista italiano Arturo Benedetti Michelangeli è ricordato – anche – per il suo perfezionismo leggendario. Lo ricordiamo bene, qui in casa Ciampi, dove era spesso ospite quando si trovava in tournée. Controllava personalmente ogni dettaglio: pianoforte, acustica, temperatura della sala, illuminazione. Se qualcosa non lo convinceva, era pronto ad annullare l’esibizione.
Una severità che ha contribuito a costruire la sua aura mitologica — e che rendeva ogni concerto un evento raro e memorabile.
Molti pianisti hanno raccontato il pianoforte come uno spazio mentale protetto.
Le eccentricità, del resto, sono anche il segno di una relazione intensa tra l’interprete e lo strumento.
