C’è chi il pianoforte lo suona, chi lo studia, chi lo racconta.
Teresa Chirico ha fatto tutte e tre le cose, e poi ne ha aggiunta una quarta: farne una porta d’ingresso. Docente di Musicologia e Storia della Musica al Conservatorio Santa Cecilia di Roma, ricercatrice che ha attraversato gli archivi vaticani e i palazzi della Roma barocca, è anche la persona che ha reso possibile, per la prima volta, l’ingresso di studenti nello spettro autistico nei corsi istituzionali del Conservatorio. L’abbiamo incontrata per parlare di musica, di ricerca e di quello che succede quando un’istituzione decide di eliminare le barriere.

Lei è laureata in Lettere, ma anche diplomata in Pianoforte e in Canto. Quale strada è nata prima: lo strumento o lo studio?
Ho iniziato a studiare pianoforte a sette anni, ma in realtà tutto nasce dalla danza. Ero piccolissima — avevo forse tre anni — e vidi alcune ragazzine che danzavano la Danza delle Ore di Ponchielli: fu una sorta di illuminazione. Ricordo che ero al mare, era una splendida notte stellata: da quel momento capii che volevo avere a che fare con la musica. A cinque anni decisi che la danza classica non faceva per me: volevo studiare pianoforte.
Vivevo a Reggio Calabria, i primi insegnamenti furono discontinui; poi arrivò il Conservatorio. Il pianoforte mi piaceva molto, ma amavo ancora di più cantare, così ho fatto entrambe le cose: cantavo in coro, cantavo da solista. Prima mi sono laureata in Lettere con indirizzo musicologico, qui a Roma all’Università “La Sapienza”, con una tesi seguita da Fedele d’Amico. Poi mi sono diplomata in Canto e infine in Pianoforte: lo studio che avevo cominciato per primo è stato completato per ultimo. Ho proseguito con il canto barocco, ho studiato in Svizzera, e per ultimo è arrivato il dottorato a Tor Vergata. Nel frattempo avevo deciso che nella vita avrei fatto la musicologa: quello è diventato il mio primo interesse, e tutto il resto ne è stato il complemento.
C’è stato un momento — un maestro, un concerto, un brano — in cui ha capito che la musica sarebbe stata per sempre?
Uno è quello che ho appena raccontato: quell’estate, in riva al mare. L’altro arrivò a quattordici anni, quando sentii e vidi Rostropovich suonare in un programma televisivo. Un pomeriggio caldissimo d’estate. Dissi: questa è una delle cose più belle che io abbia mai visto e sentito. Poi, naturalmente, con la musica ho avuto tante altre rivelazioni: innamoramenti continui, conferme successive.
Da musicologa ha trascorso anni negli archivi: la Biblioteca Apostolica Vaticana, i documenti del cardinale Ottoboni, la Roma di Corelli. Cosa si prova a tenere in mano un documento che nessuno tocca da trecento anni?
È qualcosa di straordinario. Proprio qualche giorno fa ho toccato la pagina di un documento e ho pensato: questa l’ha toccata anche Alessandro Scarlatti — c’era la sua ricevuta a testimonianza. Mi sono sentita come nel portale di un film di fantascienza: improvvisamente a contatto con qualcuno vissuto secoli fa. È impressionante pensare che quella stessa carta sia passata tra le mani di Arcangelo Corelli, di Scarlatti, di interpreti richiestissimi all’epoca — dei quali oggi non ricordiamo quasi il nome.
E questa è anche la differenza tra l’analogico e il digitale. Possiamo digitalizzare tutto, e certamente è comodissimo: sfogliamo le pagine sul computer, ingrandiamo, confrontiamo. Ma toccare la pagina — sporca di un inchiostro pieno di piombo, con i buchi, la polvere antica — è un’emozione che lo schermo non restituisce.
La sua tesi di dottorato e una sua monografia recente riguardano il cardinale Pietro Ottoboni, uno dei grandi mecenati della Roma barocca. Cosa può insegnare quel modello a chi lavora nella musica oggi?
Non esistono quasi più eguali di quel tipo di mecenatismo. Oggi pensiamo alle sponsorizzazioni: una banca che finanzia il restauro della facciata di un museo. Ciò che hanno in comune è la visibilità: lo stemma del cardinale Ottoboni campeggiava su tutte le sue iniziative festive, come oggi il logo di un’azienda accompagna ciò che sostiene. Ma Ottoboni non ne aveva bisogno: prima pronipote del pontefice, poi vice cancelliere, era già uno dei principali personaggi della Roma dell’epoca. Il suo amore per la musica era talmente grande che vi destinò risorse ingenti — e perse tutto. Morì indebitato, il suo teatro venne fatto a pezzi e venduto all’asta: tutta quella magnificenza sparì subito dopo di lui.
Eppure ci insegna qualcosa: ad ammirare il bello, a perseguire l’arte, a godere della vita.
Lei è originaria della Calabria, e alcuni suoi studi riguardano le bande musicali calabresi dell’Ottocento: scuole di musica municipali, orfanotrofi, formazione popolare. Sembra un tema lontano dalla Roma dei cardinali, ma forse non lo è: la musica come strumento di elevazione sociale attraversa tutta la sua ricerca?
Assolutamente sì. Ho cominciato molto giovane a frequentare gli archivi di Reggio Calabria, a trascrivere documenti: molta di quella documentazione riguardava gli istituti di pietà, gli orfanotrofi, e poi l’Albergo dei Poveri di Napoli. È un tema diametralmente opposto a quello dei mecenati — sono i due poli della mia ricerca. Quando iniziai, le bande erano escluse dagli studi: ci si “vergognava” quasi di studiarle. Invece rappresentano una matrice culturale importantissima, soprattutto per chi viene dal Sud. E la cosa più significativa è vedere come persone che sarebbero rimaste ai margini della società, attraverso la banda — attraverso la musica — trovavano una strada, un modus vivendi, a volte persino l’agiatezza.
Trovare la propria strada attraverso la musica: sì, è qualcosa che ha a che fare anche con il nostro lavoro in Conservatorio. Vale per tutti i nostri ragazzi. E poi vale per i ragazzi che hanno una fragilità maggiore, per i quali è un aspetto davvero decisivo.
Nel 2019 nasce «Recercare a mente», il progetto che ha portato per la prima volta giovani nello spettro autistico dentro il Conservatorio Santa Cecilia. Come è nata l’idea, e quali resistenze avete incontrato?
Una premessa: non è corretto dire che in Conservatorio non fosse mai entrato un ragazzo nello spettro autistico, ma i casi si contavano. Il punto è che non esisteva ancora la figura del referente per la disabilità. «Recercare a mente» è stato una nave rompighiaccio: un corso articolato, con dieci ragazzi nello spettro autistico — e riuscimmo a farne entrare altri come uditori. Qui entra in campo Vincenzo Loggia, che ha partecipato come tutor e poi come insegnante del corso di accordatura e restauro. E Ciampi Pianoforti è stato un interlocutore prezioso — in tutti i progetti in cui ci ha sorretto, mettendo a disposizione i propri spazi gratuitamente, con assoluta generosità.
E, infine, tutti quei ragazzi sono entrati in Conservatorio. Qualcuno ha trovato un’altra strada, ma la maggior parte è ancora qui, con un diploma, se non due.
Ritiene che da allora il Conservatorio sia cambiato — che quel «muro di gomma» sia caduto?
Sì, assolutamente. Non dall’oggi al domani. A livello nazionale è stata istituita in ogni conservatorio la figura del referente per la disabilità e i DSA — un ruolo che si è evoluto e consolidato, un’avventura vissuta insieme ai colleghi di tutta Italia, da cui è nata la Consulta nazionale di cui faccio parte. Abbiamo imparato strada facendo: le strategie didattiche, il modo di accostarci ai ragazzi.
Il mio è stato un lavoro delicato: spiegare ai colleghi con quale fenomeno ci stessimo misurando. Non per cattiva volontà — molti non avevano ancora incontrato questo tipo di situazione e semplicemente non sapevano come comportarsi. Sono stata coadiuvata dalla Dottoressa Loredana Gentile, psicologa già presente in «Recercare a mente», e da tutta la squadra dei tutor: operatori, psicologi, pedagogisti. Un progetto molto ben pensato, e quella formazione ci è rimasta come un tesoretto che ancora dà frutti: molti di loro sono i nostri tutor di oggi.
La cosa più bella è vedere cadere le riserve. Un collega che fino a quel momento non aveva capito, a un certo punto si trova davanti uno di questi ragazzi e dice: «Ma quello è un genio!». Sì, lo è. Non “funziona” come gli altri, ma è un genio. Nello spettro dell’autismo ci sono ragazzi che magari hanno difficoltà a comprare il latte, e poi hanno eccellenze straordinarie. Nel nostro caso, naturalmente, la musica.
Seicento ore di didattica, tutor specializzati, e poi il passaggio ai corsi istituzionali attraverso il regolare esame di ammissione, senza corsie preferenziali. Quanto è importante che il percorso sia di pieno merito?
È essenziale: non esistono corsi differenziati, i ragazzi accedono ai corsi di tutti. Qualche collega propose percorsi speciali, ma non sarebbe accettabile. Una corsia libera, che molti ignorano, esiste già: i corsi dell’articolo 37, concordati con il docente e aperti, a pagamento, a chi non è ancora pronto per l’ammissione.
I corsi istituzionali, invece, i nostri ragazzi li frequentano come tutti gli altri. Se serve, hanno qualche misura dispensativa — non tutti la chiedono — e tutor specializzati nelle singole materie, non un sostegno generico come può capitare al liceo. È un tutorato che dà frutti, ed è gratuito per gli studenti: ciò che altrove si cercherebbe in lezioni private a pagamento, da noi c’è per tutti. Così i ragazzi arrivano alla laurea — e oggi possiamo dirlo davvero: da pochi giorni i nostri diplomi accademici hanno formalmente il titolo di laurea*.
Molti di questi ragazzi hanno l’orecchio assoluto. Nel progetto hanno studiato anche accordatura e liuteria: cosa si è scoperto sul rapporto tra neurodiversità e mestieri tecnici della musica?
Questo è un punto importante e ancora poco studiato: il rapporto tra autismo ad alto funzionamento e orecchio assoluto. Ho notato che otto, nove ragazzi su dieci lo possiedono. Non sappiamo perché: è un legame tutto da studiare. Certo li facilita nell’accordatura del pianoforte, che resta un mestiere complicatissimo — Vincenzo lo sa e lo insegna bene: per fare l’accordatore servono anni di studio.
E poi la liuteria, un altro nostro orgoglio: con il maestro Mauro Fabretti i ragazzi hanno costruito violini e viole che suonano molto bene, e che sono già stati suonati in concerto. Ora la sfida è il ponte tra il Conservatorio e il mondo del lavoro: la formazione è conclusa, ed è il momento dei tirocini.
Alcuni ragazzi hanno svolto proprio un tirocinio nel nostro laboratorio, lavorando al restauro di un pianoforte Anelli d’epoca. Cosa significa, per loro, il passaggio dallo studio al lavoro?
Moltissimo. Quel pianoforte Anelli di cento anni fa non è soltanto uno strumento musicale: è un pezzo storico. I ragazzi vi hanno lavorato a lungo sotto la guida di Vincenzo, e infine è rientrato in Conservatorio, nella biblioteca. Ed è tornato a suonare — suonato dai nostri ragazzi.
Vedere concretamente qualcosa che hanno fatto è un puntello dell’autostima: sentirsi bravi, sentirsi utili, stare in mezzo agli altri. Abbiamo le foto di tutti i passaggi, da Ciampi: le vernici, l’evoluzione di uno strumento che era veramente malridotto e che, mano a mano, riacquistava la sua dignità. Con il loro lavoro è stato recuperato un oggetto storico, che oggi ha il posto che merita. E loro ne sono fieri.
Oggi lei è responsabile della Commissione per la disabilità e Delegato per gli studenti con disabilità e DSA. Qual è la prossima porta da aprire?
Ne abbiamo tante. Intanto, se posso dirlo, lo scorso 24 giugno mi è stato conferito presso la Camera dei Deputati il Premio Cuori d’Italia – Eccellenze Italiane Custodi della Tradizione, con la direzione artistica di Imma Battista, come referente per la disabilità: uno dei riconoscimenti più belli del mio lavoro, che ho dedicato ai ragazzi, perché se lo sono meritato. La mia più grande soddisfazione è vederli andare avanti, concludere anche tra mille difficoltà. Ed è importante che imparino una cosa (che poi vale per tutti): se un problema è risolvibile, siamo quasi fortunati ad averlo incontrato, perché impariamo a gestirlo — e quella logica si applica poi a tutto il resto. Molti dei nostri ragazzi sperimentano ansia, temono gli esami; ma se un esame non va come vorremmo, la cosa importante è aver imparato.
Quanto alle tappe future: con il progetto Dopo di noi, grazie alla Regione Lazio, dobbiamo instradare i ragazzi nel lavoro — chi in accordatura, restauro e front office (e Ciampi è sempre il nostro faro!), chi in liuteria. Stiamo persino ragionando su come avviare un’attività legata agli strumenti musicali partendo dal Conservatorio: un’azione assolutamente innovativa.
C’è poi PRO-BEN, rete di progetti destinati alla promozione del benessere psicofisico e al contrasto ai fenomeni di disagio psicologico ed emotivo della popolazione studentesca (su finanziamento del MUR), con Tor Vergata come capofila insieme ad altre università e accademie. Abbiamo rinnovato completamente il laboratorio di liuteria e creato un’orchestra inclusiva, in cui ragazzi con fragilità diverse suonano accanto a studenti e volontari. L’orchestra ha già tenuto diversi concerti, l’ultimo a Rebibbia meno di un mese fa, diretto dal Prof. Tommaso Liuzzi, Responsabile della Musicoterapia all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma. E ancora Corpi acustici, il nostro teatro integrato con musica dal vivo, nato subito dopo il Covid con la regista Emilia Martinelli e l’associazione Fuori Contesto: uno spettacolo cucito insieme dalle improvvisazioni dei ragazzi nei laboratori, che in cinque anni ha girato la Sala Accademica del Conservatorio, i teatri universitari di Roma Tre, Sapienza e Tor Vergata, la Sala della Protomoteca in Campidoglio. Trecento posti, tutti pieni.
Dietro tutto questo c’è una consapevolezza: il Ministero si è reso conto che molti giovani, anche senza alcuna certificazione, vivono condizioni di grande disagio. Il benessere psicofisico è diventato una priorità per tutti.
A un genitore che oggi ha un figlio con una forte passione musicale e una diagnosi che sembra chiudere le strade: cosa direbbe?
Bisogna distinguere caso per caso. La prima cosa da osservare è la predisposizione naturale per la musica: se c’è, si prende in considerazione; se l’attitudine è per un’altra arte, è giusto che il ragazzo segua la strada per cui è più portato. Conosco un ragazzo che porta sui due piatti della bilancia una pluridisabilità grave e uno straordinario talento: suona, improvvisa, ha l’orecchio assoluto. È in Conservatorio, e sta andando molto bene.
Ai genitori dico di non scoraggiarsi mai. Il mondo cambia: l’atteggiamento sociale nei confronti di un bambino di tre anni con autismo — l’emarginazione, l’idea che non avrebbe mai “potuto” — oggi non si manifesta più allo stesso modo. Non è cambiato il bambino: è cambiato il mondo.
E uso una metafora che devo a mio marito: i ragazzi nello spettro autistico sono come una porta scorrevole. Se tentiamo di aprirla come una porta normale non ci riusciamo, e nel peggiore dei casi la danneggiamo. La porta funziona — solo che funziona in una maniera diversa. Pensi ai mancini: fino a pochi decenni fa venivano forzati a scrivere con la destra, con tanto di danni. Eppure con la sinistra scrivono benissimo: qual è il problema? I risultati si ottengono percorrendo strade alternative, e l’insegnante deve entrare in questa mentalità: chi ripete sempre le stesse azioni didattiche, senza mai uscire dal proprio binario, non è adatto a insegnare a questi ragazzi. Tutti possiamo esserlo, purché proviamo a immedesimarci nel loro modo di ragionare e nel loro approccio all’arte.
Quindi: se un genitore vede una predisposizione musicale nel proprio figlio, lo incoraggi. Gli esiti possono essere diversi — nella nostra orchestra inclusiva ci sono ragazzi che forse non intraprenderanno mai un percorso istituzionale, ma stanno in un gruppo, suonano, sono felici, fanno parte di qualcosa. Non bisogna mai abbandonare la speranza.
Chiudiamo questa intervista rientrando nel nostro negozio di pianoforti. A chi entra per la prima volta, senza saper suonare una nota, cosa direbbe?
Ascoltate come suonano i nostri ragazzi con disabilità! (Lo dico provocatoriamente, ma sono un’ottima risorsa). E poi: ascoltate molta musica pianistica, perché è così che nasce la consapevolezza. Avere in casa un pianoforte è sempre un tesoro. Io ho ancora il mio, quello dei miei sette anni, nella casa di Reggio Calabria: ormai fa fatica a suonare, ma è il pianoforte della mia infanzia.
Il pianoforte è qualcosa di più di un pianoforte: è un pezzo dell’anima, un pezzo della nostra vita. Se non lo suoni tu, lo suonerà un figlio, un cugino, una nipote, l’amico che verrà a tenerci allegri una sera. È uno strumento completo, autosufficiente — lo dico sottovoce, nel rispetto degli altri strumenti. Dà suoni pronti, permette anche a un bambino un’interazione immediata; è tra i più facili da suonare e anche tra i più difficili. Esercita le due mani, insegna l’armonia e la composizione.
Non sono mai soldi sprecati, quelli per un pianoforte. Io non sono diventata una concertista, ma non è questo il punto: il pianoforte mi ha dato tantissimo — anche al mestiere che faccio oggi. E allena la mente, crea cultura, anche in chi farà tutt’altro nella vita.
Ringraziamo la Professoressa Teresa Chirico per la generosità di questa conversazione, e i ragazzi di «Recercare a mente», che al pianoforte Anelli hanno restituito la sua voce.
