Ieri il passaggio veniva pulito. Oggi, stesso pezzo, stessa ora, stesso pianoforte, ma le mani sembrano di qualcun altro. Si inciampa sulla terza battuta. Si riprova. Si inciampa ancora.
Ogni pianista conosce le “giornate no”. Il principiante le vive come una sconfitta, lo studente di conservatorio come una minaccia al programma d’esame. Il professionista invece le affronta con calma e consapevolezza (anche quando al concerto mancano tre giorni).
Le giornate storte al pianoforte sono più di una sfortunata casualità. Hanno ragioni scientifiche, cause fisiologiche, sono in gran parte prevedibili e, cosa più importante, non dicono nulla sul valore di chi suona.
All’inizio degli anni Duemila un gruppo di ricercatori di Harvard, guidato da Matthew Walker e Robert Stickgold, ha chiesto a un gruppo di volontari di imparare una breve sequenza di tasti, da ripetere il più velocemente e correttamente possibile. Chi studiava al mattino e veniva riesaminato la sera non migliorava. Chi studiava la sera e veniva riesaminato dopo una notte di sonno migliorava di circa il venti per cento, senza aver toccato un tasto nel frattempo. Il titolo dello studio è rimasto un mantra: practice with sleep makes perfect*.
Da allora le conferme si sono moltiplicate. Le sequenze motorie apprese durante il giorno vengono riorganizzate e consolidate durante le ore di sonno, in particolare nelle fasi leggere della seconda parte della notte. Il cervello ripassa in autonomia, e lo fa meglio di quanto potremmo mai fare da svegli.
Che cosa significa per un pianista? Primo: una notte breve o disturbata sfilaccia il lavoro del giorno precedente. Secondo: a parità di ore di studio, chi dorme bene ottiene più di chi dorme poco. Ne avevamo parlato, da un altro punto di vista, raccontando come la musica sia un toccasana per il sonno.
Il secondo fatto da considerare in una “giornata no” è il controllo motorio fine, cioè la capacità di muovere le dita con precisione al millimetro e al millisecondo. Questo controllo è variabile per costituzione. Ogni comando che parte dal cervello verso i muscoli porta con sé una quota di rumore, e questo rumore cresce con la velocità e con la forza richieste. Lo stesso gesto, ripetuto cento volte, produce cento esiti leggermente diversi. È così per i pianisti, per i chirurghi, per i tennisti.
Il sistema nervoso compensa tale variabilità con un lavoro continuo di correzione, che a sua volta dipende dalle condizioni fisiche. Temperatura delle mani, idratazione, ore trascorse dall’ultimo pasto, quanto abbiamo scritto al computer nelle ore precedenti: tutto sposta di poco il risultato. Nei giorni buoni le correzioni arrivano in tempo, nei “giorni no” trovano… traffico.
Il corpo ha un ritmo biologico di ventiquattro ore che regola temperatura, ormoni e attenzione, e la precisione motoria lo segue. Per la maggior parte delle persone la coordinazione fine è migliore nel tardo pomeriggio e nella prima serata e peggiore nella prima ora dopo il risveglio. Chi studia alle sette del mattino e si dispera per la mancanza di controllo sta misurando il proprio orologio, non il proprio talento.
Lo stress agisce poi in modo sottile. Il cortisolo, l’ormone che il corpo produce sotto pressione, ha un picco naturale al mattino e sale ogni volta che sentiamo una minaccia: un esame imminente, per esempio. A livelli moderati aiuta la concentrazione, ma sopra una certa soglia restringe l’attenzione, irrigidisce la muscolatura delle spalle e delle mani e riduce la finezza del gesto. Da qui il paradosso che molti pianisti sperimentano: più si vuole che il passaggio venga bene, meno viene bene.
Tanta consapevolezza diventa utile solo se la si applica. Dieci minuti sono sufficienti per individuare una giornata storta. Se le dita rispondono con un ritardo che ieri non c’era, se la mano sinistra si irrigidisce prima del dovuto, è una di quelle.
A quel punto la scelta è tra insistere e cambiare programma.
Insistere non è necessariamente la scelta migliore. Il cervello infatti registra le esecuzioni sporche insieme a quelle pulite, e consolida la ripetizione di un errore quanto la ripetizione di un successo. Suonare male un passaggio venti volte lo insegna male.
Cambiare programma è invece una buona opzione (e per fortuna il pianoforte offre molti tipi diversi di studio).
Infine ci sono giorni in cui il corpo chiede altro, che non sia il pianoforte, e conviene dargli ascolto. Una passeggiata di mezz’ora abbassa il cortisolo e riporta l’attenzione a un livello utile. Molti pianisti tornano allo strumento dopo una lieve attività fisica e trovano mani diverse. Altri non tornano, e va bene lo stesso: il lavoro fatto nei giorni buoni sarà ancora lì.
L’ultimo strumento è il più semplice. Un quaderno, tenuto accanto al pianoforte, in cui segnare ogni giorno cosa si è studiato, come sono andate le mani, quante ore si è dormito. Dopo un mese le pagine tracciano una mappa. I “giorni no” si presentano quasi sempre dopo notti brevi o settimane pesanti. E le giornate buone arrivano più spesso di quanto si ricordi, perché la memoria trattiene i fallimenti con più cura dei successi.
Chi suona da tanto sa che il livello di un pianista è la sua media, non il suo giorno migliore e neppure il suo giorno peggiore. Studiare significa alzare quella media, lentamente, con costanza e pazienza.
