Per molte persone non vedenti e ipovedenti la musica è più di un linguaggio. È un orientamento, un mestiere, una forma di presenza nel mondo. Non è un luogo comune: è una storia lunga, documentata, che attraversa i secoli e arriva fino a oggi.
Basta andare molto indietro: nell’Antico Egitto compaiono raffigurazioni di arpisti non vedenti in contesti rituali e funerari, come nel celebre ciclo del Tomb of Nakht (Tebe, XVIII dinastia).
E se facciamo un salto di millenni, il panorama dei musicisti non vedenti resta sorprendentemente ricco: la storia della musica — popolare e colta — è piena di voci, mani e orecchie che hanno trasformato l’assenza della vista in un altro modo di “leggere” il mondo, fatto di ritmo, memoria, dettaglio timbrico. Basti pensare a Ray Charles, a Stevie Wonder, al pianista jazz Art Tatum, al chitarrista e cantautore José Feliciano, fino ad Andrea Bocelli: percorsi diversi, epoche e linguaggi lontani, ma la stessa evidenza.
Conviene usare parole precise: è questione di neuroplasticità. La letteratura scientifica descrive da anni come, in chi perde la vista precocemente, possano emergere abilità uditive superiori in diversi compiti percettivi (discriminazione, localizzazione, analisi fine dei suoni).
In ambito musicale, un tema affascinante è quello dell’orecchio assoluto (absolute pitch, AP): identificare in maniera precisa una nota musicale avendola ascoltata una sola volta e senza utilizzare nessun’altra nota come riferimento.
È una competenza rara tra i musicisti in generale, ma uno studio del 2004 pubblicato su NeuroReport ha osservato un dato sorprendente: in un campione di persone con cecità precoce, tra quelle con formazione musicale una quota molto alta dichiarava di possedere l’orecchio assoluto (12 su 21, 57,1%).
Se esiste un luogo in cui l’udito diventa mestiere, è l’accordatura.
Nel XIX secolo la figura del tecnico accordatore si consolida anche grazie a Claude Montal (1800–1865), non vedente dall’infanzia. È ricordato per aver scritto un testo di riferimento sull’accordatura e la manutenzione/riparazione del pianoforte (L’Art d’accorder soi-même son piano…, pubblicato nel 1836) e per aver promosso la formazione professionale dei tecnici non vedenti.
Proprio perché l’accordatura si fonda su un ascolto finissimo — e su qualità come pazienza, disciplina e silenzio — più che sulla vista, è facile capire perché, per generazioni, sia stata una via professionale naturale e profondamente coerente con questo tipo di sensibilità.
La storia, ogni tanto, bussa davvero alla porta. Lorenzo Brunialti Sapia ci ha scritto perché segue il blog con sintesi vocale: per lui è un modo per restare in contatto con il mondo del pianoforte. Ha studiato a Parigi all’Institut national des jeunes aveugles (INJA) — lo storico istituto legato anche alla vicenda di Louis Braille — e poi a Roma al Conservatorio di Santa Cecilia.
D. Quando è nata la tua passione per il pianoforte?
Lorenzo: Da bambino. Mio padre mi portava con sé nei suoi (tanti) viaggi di lavoro. Ogni volta che entravamo in un hotel, la prima cosa che chiedevo era: “C’è un pianoforte? Che pianoforte è?”
D. Quando l’accordatura è diventata la tua strada?
Lorenzo: Nel 2012 sono andato in Sicilia e ho incontrato una persona che mi ha parlato dell’INJA di Parigi. Avevo frequentato il liceo linguistico, così ho colto la palla al balzo e sono partito. È stata un’esperienza davvero fantastica.
D. Che cosa ti ha dato la Francia e che cosa l’Italia nel tuo percorso?
Lorenzo: La Francia mi ha dato disciplina e metodo, oltre alla lingua. E un approccio più attento alla disabilità visiva. L’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, a Roma, mi ha completato: ho potuto studiare ciò che non avevo ancora consolidato.
D. Come spiegheresti l’accordatura a chi non ne sa niente?
Lorenzo: Direi che l’accordatura è far sì che le note, in tutte le loro relazioni, suonino in maniera armonica. Ci sono scuole di pensiero diverse, ma la finalità è una: fare in modo che il pianista si trovi a proprio agio sullo strumento. E poi il pianoforte non lo porti “in spalla”: è uno strumento che sta lì, e va curato lì.
D. Hai una routine prima di accordare?
Lorenzo: Sì. Io, più di altri, ho bisogno di isolare i suoni. Non vedendo, sento tutto amplificato. Per un lavoro così ho bisogno di raccogliermi. Durante il mio percorso di studi ho sostenuto prove tra le 4 e le 6 del mattino: l’ora migliore per chi cerca il silenzio.
D. Poi, qualcosa nel tuo percorso è cambiato…
Lorenzo: Per motivi di salute, oggi non posso più accordare: battimenti e vibrazioni mi nuocciono. Ma continuo a suonare per piacere. E, paradossalmente, l’accordatura mi ha insegnato a “riaccordarmi”: a ritrovare un’armonia anche quando la vita ti sposta le note.
D. Ci hai scritto che vorresti suonare un pianoforte Fazioli nel nostro showroom. Perché Fazioli?
Lorenzo: A Parigi ricordo un momento di relax in un ristorante dove suonavano canzoni napoletane accompagnate al pianoforte. Era un Fazioli.
Fazioli, per me, è lo strumento che riproduce con più fedeltà il canto, il bel canto: è concepito anche per questa qualità. Immagino La Bohème, ’O sole mio, la canzone d’autore…
D. Un consiglio a chi è ipovedente e ama la musica?
Lorenzo: Proteggere l’udito: attenzione alle cuffie e ai volumi. E suonare per passione: non tutto deve diventare professione. La musica è anche un modo per stare in armonia con se stessi.
D. Tecnologia: alleata o ostacolo?
Lorenzo: Tutte e due. La sintesi vocale è fondamentale. Ma i touchscreen e certe procedure moderne, senza tasti, a volte rendono le cose più difficili.
