La guerra è il più grande dei mali dell’umanità. Eppure, in modo quasi paradossale, proprio nei momenti in cui tutto sembra destinato a scomparire, le arti trovano spazio per fiorire e reagire. Esistono storie – documentate – di pianoforti costruiti apposta per resistere, di musiciste che hanno suonato sotto le bombe, di strumenti trascinati nel fango per restituire un momento di normalità a chi aveva perso tutto.
In effetti, il pianoforte e la guerra si sono incrociati più spesso di quanto si immagini. E ogni volta che è successo, la musica ha fatto qualcosa di grande.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, il governo degli Stati Uniti si trovò di fronte a un problema insolito. I soldati americani schierati in Europa e nel Pacifico avevano bisogno di intrattenimento, di qualcosa che spezzasse il terrore quotidiano. La musica era la risposta più immediata — ma i pianoforti tradizionali erano troppo ingombranti, fragili, troppo pesanti per essere trasportati nelle zone operative.
La soluzione arrivò nel 1942, quando il War Production Board commissionò la produzione di strumenti progettati appositamente per resistere alle condizioni estreme del fronte. Nacquero così i Victory Verticals: pianoforti verticali compatti, resistenti all’umidità e alle escursioni termiche, rivestiti in verde militare, con corde in acciaio inossidabile e meccaniche semplificate per sopportare i trasporti più difficili. Furono costruiti da alcune delle più importanti case americane dell’epoca — tra cui Baldwin e Steinway & Sons — che sospesero temporaneamente la produzione civile per rispondere alla richiesta.
Migliaia di questi strumenti raggiunsero caserme, ospedali da campo, sale ricreative e palcoscenici improvvisati in tutto il mondo. Erano brutti, per certi versi rudi. Ma suonavano. E questo era tutto ciò che serviva.
A Londra, mentre la Luftwaffe martellava la città notte dopo notte, una pianista di cinquantasette anni decise che i musei non dovevano tacere.
Myra Hess era già una delle più celebri pianiste britanniche quando, nel settembre del 1939 — appena una settimana dopo la dichiarazione di guerra — propose al direttore della National Gallery di Trafalgar Square di organizzare concerti gratuiti durante il giorno, aperti a chiunque. Le opere d’arte erano state evacuate per metterle in salvo; le sale erano vuote. Hess voleva riempirle di musica.
Kenneth Clark, all’epoca direttore della galleria, accettò. Il 10 ottobre 1939, poco prima del Blitz, Myra Hess salì su un palco improvvisato e suonò davanti a circa millecinquecento persone.
Per quasi sei anni e mezzo — dal 1939 al 1946 — la National Gallery ospitò 1.698 concerti, quasi sempre a mezzogiorno, quasi sempre esauriti. Hess organizzò tutto: il cartellone, i musicisti, la logistica. Suonò lei stessa centinaia di volte, soprattutto la sua celebre trascrizione del corale di Bach Jesu, Joy of Man’s Desiring. Per questo lavoro fu insignita del titolo di Dame Commander dell’Ordine dell’Impero Britannico.
I bombardamenti non si fermarono. I concerti nemmeno.

Durante l’assedio di Sarajevo negli anni Novanta, il primo violoncellista dell’Opera di Sarajevo Vedran Smailović suonò tra le macerie della città per 22 giorni consecutivi, in memoria delle 22 persone uccise in una coda per il pane. Lo fece in abito da concerto, tra edifici distrutti, spesso mentre i cecchini erano ancora in posizione. Le fotografie di quei giorni hanno fatto il giro del mondo.
Che fine hanno fatto i Victory Verticals? Molti furono distrutti, abbandonati o dati in dotazione a scuole e centri comunitari nel dopoguerra. Alcuni, però, sono sopravvissuti e oggi rappresentano oggetti da collezione e da museo di notevole interesse storico.
Ecco cosa sappiamo sulla loro eredità:
Nelle circostanze più estreme, scegliere di sedersi davanti a una tastiera è sempre un atto di libertà e di coraggio. Un modo per dire che si è ancora qui, che si è ancora umani, che si ha ancora qualcosa da comunicare.
Ciampi Pianoforti ha una storia che inizia nel 1945 — anno in cui la guerra finiva e Roma ricominciava a respirare. Non è una coincidenza che amiamo ricordare, tranne che per un motivo: scegliere di suonare, di ascoltare, di costruire o restaurare uno strumento significa affermare che la bellezza vale lo sforzo, anche quando il mondo intorno non la rende facile. Soprattutto allora.
