I pedali sono il “secondo respiro” del pianoforte: tre (a volte quattro) modi diversi di scolpire il suono, renderlo più ampio o più intimo, più legato o più nitido. E no: non sono solo “più forte” o “più piano”. Conoscerli bene ti fa studiare meglio e suonare con più controllo, anche su brani semplici.
Ecco la cosa da sapere subito: il pedale di destra è quasi sempre lo stesso (risonanza/sustain). Quello che cambia più spesso, invece, è il pedale centrale, soprattutto nei pianoforti verticali.
È quello che “apre” il pianoforte: solleva gli smorzatori e lascia vibrare le corde più a lungo, aggiungendo armonici e ampiezza. È anche il pedale che, se usato male, “impasta” tutto.
Il segreto non è tenerlo giù, ma saperlo cambiare. Pensa al pedale come a un respiro che si rinnova quando cambia l’armonia. Se l’accordo cambia e tu non “rinnovi” il pedale, le risonanze si sommano e la melodia perde definizione.
Suona l’accordo senza pedale, poi abbassa il pedale subito dopo l’attacco. Quando cambia l’armonia, solleva e riabbassa con un cambio rapido: il suono resta ricco, ma pulito.
Qui la differenza tra verticale e coda si sente davvero.
Sul coda l’“una corda” sposta la meccanica cambiando il colore del timbro, rendendolo più sottile, vellutato, spesso più “vicino”. È un pedale espressivo al 100%.
Sul verticale i martelli vengono avvicinati alle corde, diminuendo cosi la loro escursione. L’effetto è più legato a un’attenuazione del suono e a una risposta più morbida: utile per controllare dinamiche e tocco, ma con un carattere diverso rispetto al coda.
Se vuoi un criterio semplice: usalo quando cerchi intimità. È perfetto per riprese delicate, per una frase che deve suonare più raccolta, per un pianissimo “vero” che non diventi debole.
Il pedale centrale del pianoforte è quello che cambia di più a seconda dello strumento.
Nel piano verticale, di frequente è la sordina/practice. Nel piano a coda, invece, il pedale centrale è spesso il tonale (sostenuto): sostiene solo le note che stai tenendo nel momento esatto in cui lo premi, lasciando libere le altre. È un pedale raffinato: serve quando vuoi tenere, per esempio, un basso o un accordo “sospeso” e sopra continuare a suonare pulito, senza che tutto venga trascinato dalla risonanza generale.
Se ti stai chiedendo come mai nelle partiture di Beethoven o Chopin non trovi quasi mai indicazioni riconducibili al pedale tonale (sostenuto), la risposta è storica: quel pedale, semplicemente, non era ancora diventato un meccanismo affidabile e standardizzato.
L’idea nasce in Francia a metà Ottocento, ma il sostenuto “come lo intendiamo oggi” arriva davvero solo quando viene perfezionato e brevettato in ambito Steinway nella seconda metà del secolo. Ecco perché la sua presenza (e la sua notazione consapevole) comincia a comparire con più chiarezza soprattutto nel repertorio tra fine ’800 e primo ’900.
Se vuoi un esempio sonoro, ascolta questo brano su YouTube: a un certo punto compare un terzo rigo sul pentagramma. Quelle sono le note che restano “sospese” grazie al pedale tonale — eh sì, è quasi come avere… una mano in più!
La pedaliera segue l’evoluzione del pianoforte e del modo in cui lo si usa.
Un caso affascinante è quello di Fazioli. Su richiesta, alcuni modelli possono montare il quarto pedale (foto in evidenza).
L’idea è quella di offrire un’ulteriore sfumatura: ridurre il volume e aumentare il controllo senza ottenere lo stesso tipo di cambiamento timbrico tipico dell’una corda. È un pedale “da ricerca”, pensato per chi insegue le nuance.
E ancora la tecnologia SILENT di Yamaha, che porta la logica dello “studio silenzioso” oltre la sordina tradizionale. Il pedale centrale può attivare il sistema Silent, trasformando la funzione del pedale in un comando dedicato alla modalità cuffie.
