Un pianoforte vive a lungo se si trova in un clima stabile e se viene seguito con amore. Umidità controllata, lontano dal sole diretto e dagli sbalzi di temperatura.
Accordatura una o due volte l’anno, che non serve solo a restituire intonazione allo strumento, ma a tenerne sotto controllo lo stato di salute e, periodicamente, una regolazione della meccanica.
È un lavoro che conosciamo bene. I nostri accordatori iscritti all’AIARP seguono pianoforti che in certe case, scuole e istituzioni suonano da oltre mezzo secolo, e non è raro che accordiamo oggi strumenti che abbiamo venduto — o accordato per la prima volta — diversi decenni fa.
Quando arriva il momento, il restauro.
E quando, dopo molti anni, qualcosa cede davvero — il feltro dei martelletti consumato, le corde stanche, la meccanica da rivedere — un buono strumento non si butta: si restaura.
Nel nostro laboratorio capita spesso di riportare in vita pianoforti che hanno già vissuto un’esistenza intera: si sostituiscono le corde, si rivestono i martelletti, si interviene sulla tavola armonica e sul mobile. Un restauro eseguito a regola d’arte, come quello eseguito da Ciampi per il Teatro La Fenice può aggiungere a uno strumento di qualità altri decenni — a volte un’altra vita intera.
È qui che il pianoforte rivela la sua natura più profonda di testimone. Porta i segni di chi lo ha suonato, custodisce la memoria di una casa, e può passare di mano, di stanza, di generazione restando sé stesso.
